15/08/2025 Adele Vercelli

E’ giovedì sera, stiamo mangiando una pizza e mezza a testa al Bosco Incantato e fra poche ore ci ritroveremo in un furgone accogliente a Passo Rolle. Un lusso non da poco per tre scappati di casa che hanno scelto di passare il Ferragosto in Lagorai.

Mi sento fortunata, e voluta bene, in fondo potrei e dovrei essere lì da sola a fare quello che sto per fare, invece c’è la Yle che ha fatto Valle d’Aosta-Bassano-Rolle per esserci, c’è il Metti che ha scelto di dedicar le prossime 36 ore ai patemi fisici e mentali che arriveranno e c’è Filo, pronto ad accompagnarmi nella traversata. Ci ha provato a farmi venire l’ansia, ma proprio non mi appartiene: l’angoscia è bloccante (e direi che non si addice a chi fa ultra), l’ansia è attivante, ma quando dovrebbe raggiungermi io sono già in movimento su troppe altre cose irrilevanti per farmi prendere alla sprovvista.

Sarei dovuta essere al parcheggio del punto opposto un mese e 3 giorni fa, ma non sentivo di aver onorato e preparato il tutto a dovere. Quando per la prima volta ho sentito parlare del Lagorai ero un mercoledì sera seduta sugli sgabelli dell’Uva e Menta, con Filo che parla dei sassi si questa catena e di km che possono girare tranquillamente a 40’. Neanche riesco a capire e immaginare cosa voglia dire, è inimmaginabile e al tempo stesso un percorso così ricco che mi è servito un anno e mezzo per vederlo fattibile.

Partiamo all’alba con canonici 21 minuti di ritardo sull’orario immaginato - che è anche il bello di non dover stare a rintocchi di campana o spari di pistola all’avvio di una competizione - e dondolare verso la salita a Colbricon mi fa al momento solo rimpiangere il kg di yogurt e cereali mangiato a colazione. L’alba è splendida sulle Pale, me la godo sapendo e scegliendo che sia l’ultima per un po’, visto che quest'estate ne ho assaporate parecchie e sono comunque merce da trattare e apprezzare come rara. Altrimenti non sono più così preziose.

Fino a poco dopo l’Aldo Moro abbiamo fatto il percorso settimana scorsa, quindi so che è solo questione di testa bassa ad annusare fiorellini fino a quando non arriveremo in quota e inizierà la danza delle forcelle. Dancing in Lagorai here we are. Ci diremo ore dopo che l’unico frangente in cui abbiamo pensato che potessimo sforare le 24h è stato proprio l’inizio, io per intangibilità del tutto, Filo per mero calcolo orario (pareva di correre col commercialista).
Mi sto proprio divertendo: passo corto e costante, corricchiare dove si può, non saltellare da una pietra all’altra e seguire Filo che mi fa da segnavia umano qualche metro avanti a me. Nonostante ciò riesco a incrozzarmi in punti sbagliati due o tre volte, perdendomi nel ricordare i mille racconti sentiti di traversate altrui: dove sarà stato accoltellato il Mosna? Ma come fa il signor G. a partire per un out and back con solo 3kg di zaino? Ivan a quale bivio giù da Colbricon si è confuso? Loren dove ha trovato la forza di mettersi dei calzini già bagnati e ripartire sotto il diluvio? Le ore, più che i km, passano leggere, anche grazie alle sacre nuvole che ci proteggono dal diventare noi la grigliata di Ferragosto, mandate chissà se dagli dei dell’ultra running, dallo spirito santo o dalle preghiere di Teresa che continua a non capire cosa stia scontando per avere queste idee malsane.

Arriviamo al Cauriol perfettamente in orario per il pranzo, c’è gente ovunque, ma soprattutto c’è Metti che ci aspetta dopo aver occupato la splendida panca di fianco alla fontana. Ha incontrato casualmente lì una coppia di suoi amici e ciò allevia un po’ il senso di colpa di averlo condannato a guardare zime senza neanche poterle avvicinare in questa giornata di festa.
Durante il ristoro mi sembra, come al solito, di non aver modo di fare, di esser tirata coi tempi e di ripartire dopo un non nulla. Come al solito, invece, perdo tempo, pasticcio, rischio di lasciare lì cose. Arriva anche la Yle di corsa, bella, sprintosa e pronta a darci dei calci in culo se non ripartiamo. Patate, sale, un uovo e via, abbiamo già patteggiato con Fil che la salita alla Litegosa me la faccio con la sacra calma ché non è sicuramente in quei km che recupero del tempo. Per uno strano gioco di scambio dei ruoli in questa giornata, dopo un’ora e mezza di salita mi rendo conto di non star mangiando nulla, mentre Filo ingurgita gellini manco fossero caffè americani appena preparati. Ho bisogno di fermarmi un attimo e rimettermi in pari con le calorie o la testa mi scivolerà a valle senza darmi via di scampo. La pausa la trascorriamo con vista su Cima d’Asta, così cattiva e maestosa: è ore che saliamo, mi sembra di aver quasi raggiunto San Pietro per battergli il cinque e invece lei è ancora del tutto imponente e sovrastante, ti fa sentire quel che in fondo sei, un piccolo microscopico ospite, di passaggio se tutto andrà bene. Anche a pausa fatta rimane l’indecifrabilità di questa difficoltà a mangiare, il ritmo è talmente blando che potenzialmente potrei azzannare una lasagna e invece rischio di auto sabotarmi e spegnermi da sola: ennesima motivazione per non essere da soli in Lagorai.

Nelle ultime due settimane ho passato, per i miei standard, davvero parecchio tempo in alta quota e oggi, finalmente, non inizio ad ansimare senza apparente sforzo fisico. La bronchite del mese scorso sembra aver smesso di infastidirmi. 18 ore in Brenta sono servite alla fine e a chi mi aveva detto che Translagorai sarebbe stata più sostenibile, sì, avevate ragione. L’impressione è di far solo la propria strada, non circondati da rocce dolomitiche macchiate e consumate dal grasso delle mani che si sono appoggiate sopra per lungo tempo, ma un passaggio il più lesto (relativamente parlando, obv) e leave no trace che permetta a te e a dannati posteri di vedere gli stessi scenari scrutati dai “disagiati della guerra” più di un secolo fa. Non sei tu che attraversi il Lagorai, ma è lui che ti permette - o meno - di transitare. Per cui ti ritrovi a chiedere ai sassi di non muoversi troppo, agli arbusti di mirtilli di non bagnarti le scarpe, ai fulmini di non scaricare a terra proprio accanto a te, ai rigagnoli d’acqua di essere sufficientemente scroscianti, agli orsi di muggire, agli escursionisti in tenda di non ringhiare, ai compagni di viaggio di portare pazienza. L’ultra running è una lunga, laica e carnale preghiera, durante la quale le ginocchia si fanno corpo, la resurrezione muscolare è la speranza condivisa e il pensiero di un letto comodo e caldo diventa la perfetta rappresentazione del paradiso.
Ecco, sicuramente sto imparando ad apprezzare sempre più i privilegi che rischio di dare per scontati.

Passiamo forcella dopo forcella, nonostante abbia cercato di studiare il percorso ora che ci sono dentro mi ricordo davvero poco, Filo fa Filo, chiamando ogni sasso, guglia, canale, bivacco, traverso per nome e relativo insulto. A me sembra di non sapere neanche come ho conosciuto mia madre, figurati sapere se quella dopo è forcella Bragarolo o passo Cadin. Siamo nel cuore pulsante del Lagorai e della nostra traversata quando le sacre nuvole tanto benedette prima non sono più così amichevoli e non possiamo più ignorare i fulmini che ormai ci circondano: giacca anti pioggia, bacchetti lontani da noi e al riparo sotto una roccetta che giusto ripara gli zaini. Grandina 5 minuti, il tempo di farci raffreddare e bestemmiare il giusto, visto che le due forcelle successive sono le uniche con cavetto in metallo. Ci fermiamo altre due volte in attesa che smettano perlomeno i fulmini, semplicemente in attesa, semplicemente coscienti che non c’è molto altro da fare se non tenere le gambe arzille e pronte a ripartire appena possibile. Senza saperlo siamo stati fortunati, più avanti verso il Manghen ha grandinato per oltre mezz’ora, e il trio Marta-Metti-Yle si è quindi giustamente preoccupato.

Di queste attese forzate mi porto dietro il grande allineamento con Fil, ennesima conferma nel corso di queste ore, e alcuni se e alcuni ma sul “risultato” finale. Mah, chissà. E’ stato comunque un tempo di riposo che le mie gambe non hanno disdegnato. Sono certa che con i se e i ma non si vada più forte in salita, ma sono altrettanto sicura che questi se e ma mi hanno lasciato la voglia di cambiare alcuni addendi per vedere se il risultato finale può migliorare. Non esserne - figuratamente - uscita nauseata è una delle sensazioni più belle.

Ci vorranno quasi 8 ore per fare il pezzo centrale Cauriol - Manghen, e quando arriviamo a poco più di 5km dal Passo vediamo finalmente dei baffi sorridenti all’orizzonte: per l’occasione Metti ha pure indossato una vest e ci sta portando dell’acqua che alla fine, visto il meteo, non serviva. Ha le Zegama 1 e le ostie di chi ha rischiato di infangarsi nei cumuli di grandine. Mi porta un po’ i bastoncini e mi racconta qua e là dei suoi ricordi di questo pezzo quando l’ha fatto lui l’anno scorso. Filo allunga un po’ davanti a noi, corre bene, sciolto e son contenta che possa sollevarsi in alcuni momenti della mia badanza di cui si è fatto carico.

Durante l’ultima salitella si inizia a sentire un gran concerto di campanacci, chiaramente di qualche mandria di mucche poco lontane, ma è altrettanto chiaro che sia lo spirito del TRC che presenzia nei punti salienti.

Arrivati al Manghen io mi sarei fermata a far festa, e si vede, quindi al solito perdo tempo, rischio di raffreddarmi e faccio scorrere i minuti troppo velocemente. Avevo però proprio bisogno di fare un po’ di pausa, il furgone della Yle è di nuovo così accogliente che se solo ne avessi per un attimo la possibilità chiudere gli occhi sul gradino su cui siedo e farei un pisolino. Ripartirei eh, ma dopo il pisolino.
Invece per fortuna Yle mi incalza, Marta mi riprepara la vest e Appa ci tiene allegri con il suo muso e le sue azioni da finto tonto. Nuovamente, io mangiucchio e Filo si riempe di un centinaio di grammi di carboidrati, fra pasta, patate e crostini. Lo scrivo per trovar conferma che non sia stata una allucinazione.

Qui prima di ripartire salutiamo Yle, sta santa donna non verrà in Panarotta e anche con tutte le buone intenzioni purtroppo non è così agevole vedersi spesso. Mi viene in mente ora che lei è una delle persone che ho conosciuto innanzitutto per Translagorai: l’anno scorso ci siamo incontrate a Malga Sorgazza a fare trail work, lei in planata quasi diretta da un matrimonio, con un'acconciatura da cerimonia che poco si addiceva alle attività della giornata (e poco si addice a Yle in generale, ecco). Era scesa dall’auto guidata dalla sua amica tirandosi avanti quasi solo a improperi veneti, tanto a me incomprensibili quanto invitanti nell’approfondire la conoscenza. Giorni/settimane/mesi fa, quando abbiamo iniziato a pensare a chi avrebbe potuto sostenerci nella traversata, mi è subito venuta in mente. E altrettanto subito lei ha detto sì. Selvadega così, grazie.

Non c’è stato un istante in cui abbia pensato che non l’avrei chiusa, e, allo stesso modo, neanche nei giorni prima sono stata legata all’idea delle 24h. Volevo - e voglio - conoscere meglio il Lagorai, pestarci i piedi da partenza a partenza e se per farlo dovessi impiegare 27-30-45h penso che andremmo tutti a dormire comunque sereni e rilassati. Quindi ci incamminiamo dal Manghen senza minimamente mettere in dubbio la ripartenza, ma solo continuando a mettere un piede davanti all’altro. Nel frattempo si è alzato un tipico vento infernale e a forza di aspettarmi Filo si è raffreddato e trema così tanto che faccio fatica a prendergli la ventina dalla vest. Due minuti spediti e passa tutto, la pasta nel frattempo è anche scesa e si può riprendere un po’ un passo accettabile. Mi diverto a giocare nella notte con l’abbagliante-anabbagliante della frontale e stiamo più ravvicinati rispetto al giorno per ottimizzare la luce ed essere certi che nessuno sbagli strada. Passiamo due o tre discese in cui, thanks god, non dobbiamo avere a che fare con i-cazzo-di-sassi perchè c’è talmente tanta grandine accumulata che si scende derapando come avessimo sci ai piedi. E anche questo lo scrivo per aver conferma che non sia stata una allucinazione.
Non avere più grosse imprese tecniche da fare mi tranquillizza, ormai non c’è più scampo dal portarla a termine (Metti giustamente non sarebbe venuto a prenderci a Palù solo per stanchezza) e abbasso nuovamente la guardia rispetto al cibo. Troppo, evidentemente, e lo stomaco inizia ad allearsi con le ginocchia nel giocare a far lo sciopero. Le ginocchia posso anche gestirle (è dalla discesa prima del Cauriol che puntello i santissimi Leki in discesa manco fossero dei pilastri autostradali), ma non aver lo stomaco dalla mia parte è una novità per me. E mi fa anche abbastanza incazzare, questo stallo in cui mi ha messa. Per fortuna a seguirmi a 30cm dai miei talloni Filo è lucido e attento: “Cosa cazzo te ne frega di capire il perché? Sblocca sta situazione e continua ad andare avanti”. Ci fermiamo al Sette Selle in piena notte con la mia speranza di vomitare per poi magari star meglio, ma neanche un gellino ingollato in un sol sorso smuove a sufficienza la situazione. Perlomeno qualche caloria l’ho buttata giù e le gambe girano un po’ meglio per qualche km, ma ai miracoli bisogna innanzitutto crederci se vuoi che accadano. Quindi nulla da fare, cerco di stare il più costante possibile ma i km girano lenti e l’unica cosa giusta da fare è entrare in risparmio energetico: testa bassa, occhi puntati dove illumina la frontale, bocca chiusa e orecchie aperte a sentir il buon cattolico che mi segue parlare di colonie, infanzia, credi e quant’altro. Chissà come si è sentito Rick Trujillo a non essere stato nominato nemmeno una volta. In compenso, caro signor G., sappi che ti abbiamo pensato e nominato fin troppe volte: speriamo tu sia riuscito ad allenarti questa settimana per il prossimo tentativo di quella robetta che ti piacerebbe fare.

L’unico vero interminabile pezzo, per me, è stato il traverso sotto il Gronlait, atteso per ore e lentamente logorante quanto i metri piani camminati e non corsi; ci fermiamo in un punto per me mediano a vedere quanti km mancano. Sette. Ne mancano sette. Che potrebbero voler dire 35’ altrove o 2h qua. Avessi avuto l’opportunità di appoggiare la testa anche solo per un secondo da qualche parte avrei chiuso volentieri gli occhi, ma sentire rimbombare un “gaven da naaaar” a volte aiuta. In un istante finisce anche questo penultimo traverso maledetto, giriamo attorno al Fravort (per qualche attimo abbiamo pensato di salirci - la mancanza di sonno dà e toglie), ultima discesa da me percepita come ripidissima, con le ginocchia che ormai toccavano l’ugola e un ultimo bivio: “mancano 5 km a La bassa”. Che è il punto in cui dovremo chiamare e avvertire Metti che stiamo arrivando. 5km. Bom, si corre.

Filo dice resurrection card, puoi altrimenti chiamarla voglia di arrivare, sprint finale, modalità fora dal cazzo, sentore di casa che si avvicina, orgoglio nel voler chiudere sotto un certo tempo, effetto ultimi km del Passatore. Come ti pare, ma mi riprendo. Ci speravo ma non ci avrei messo la mano sul fuoco, perlomeno non per gli ultimi cinque km.

“Adesso te li tiro questi bacchetti”
“Ma lasciameli stare che mi aiutano con l’equilibrio e son più tranquilla di non scavigliare”

“No, te li tiro perché stai correndo, e pure forte”

Quell’ultimo traverso che guarda la Val dei Mocheni è bellissimo, l’ho fatto esattamente 365 giorni fa, di giorno, con Luchino. Lo conosco e mi godo finalmente di nuovo la facilità e la leggerezza della corsa, senza nessun sovrappensiero.
Anche le ultime 2 ore e mezza sono passate, incredibilmente sfuggenti come quelle precedenti, ma ora non ne seguiranno altre, per cui è bene darsi il cinque ora e respirare profondo prima di vedere le poche luci della Panarotta.

“E’ stato un onore” ripeto, se non si fosse ancora capito.

Vediamo la papamobile da sufficientemente lontano da metterci a ridere e urlare al Metti di aprir le porte, che saliamo direttamente. Ha parcheggiato talmente vicino all’imbocco dei sentieri che lo specchietto destro potrebbe tranquillamente essere una tabella SAT. Lui pare abbia lo sguardo emozionato come quando ci ha visti partire, noi la faccia scavata e i piedi lessi.

Si chiude un piccolo cerchio aperto 21 ore e 44 minuti fa.

Bene, e ora, dove si attacca un adesivo del genere?

Grazie

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