22/08/2025 Ludovica Galeazzi

Quando inizi a frequentare il mondo di chi va in montagna “veloce”, prima o poi senti nominare la Translagorai in 24 ore.

Poi guardi i numeri: 80 km, 5000 metri di dislivello e pensi: “questa è roba da superumani, non certo per me”.

Anzi, roba da ultra trail runner: e io non posso certo definirmi tale. Vado in montagna, sì, tanto e per tanto tempo, ma correre è un’altra cosa.

E invece eccomi a Passo Rolle, a 2 ore dal tramonto, mangiando bioche in macchina e aspettando che smetta di piovere.

So già che l’erba bagnata infradicerà i piedi dopo pochi minuti, ma nello zaino ho un paio di calzini di ricambio. Un altro paio che aspetta al Manghen.

Ci sono volute due cose per trasformare quel “non fa per me” in “proviamoci”:

La prima: un’estate disastrosa in Dolomiti. A luglio capisco che, con il meteo instabile, le vie che desideravo davvero scalare sarebbero rimaste solo sogni, almeno per questa stagione. La seconda è lei, la socia Arianna Randazzo, che mi porta a fare una passeggiata di 30km e 2500+, da cui esco quasi fresca (ok, non proprio, ma non devastata).

E mi ritrovo a pensare: la Translagorai è il doppio di dislivello e poco più del doppio di km. Posso farcela.

Il 25 luglio mando ad Ari lo screenshot del tracciato della Translagorai che stavo studiando. Dall’altra parte, entusiasmo a mille.

Lei si offre di fare la notte con me e inizia a pianificare, come fa sempre quando ci mettiamo in testa una via. Solo che stavolta l’obiettivo non è salire 600 metri di dolomia verticale, ma soffrire 24 ore di fila, trascinandosi per 80 km di lastroni di porfido.

Io continuo ad allenarmi come posso: qualche giretto con dislivello, ma mai troppi chilomentri. Perché appena spunta un giorno stabile, vado in Dolomiti con le scarpette, e non con quelle da trail.

Le maltodestrine le provo giusto una settimana prima, per non dare allo stomaco scuse per bloccarsi del tutto. Ma una scusa la trova comunque: il freddo.

Appena tramonta il sole infilo il Gore-Tex e lo toglierò solo alle 9 del mattino dopo.

Dodici ore gelide in cui mangio quasi nulla, sopravvivo a maltodestrine seguendo i polpacci di Ari davanti a me, mentre mi ordina perentoria: “Bevi!”.

La notte non è mai davvero notte.

Intravedo il Campanile di Cece come un’ombra. Più sotto, la Val di Fiemme: case, auto, vita. Immagino i fiemmazzi al sabato sera, a far baldoria in qualche bar, ignari di due frontali a zonzo per il Lagorai.

Se qualcuno guardasse meglio, ne vedrebbe più di due.

Davanti a noi ci sono altre tre persone, a due ore da noi.

Dietro altre quattro lucine, quattro ragazzi della Valsugana, partiti dieci minuti dopo di noi.

Per essere un tentativo in solitaria, ho una discreta compagnia.

Sembra quasi un tentativo collettivo, scherziamo.

Le chiacchiere fanno un po’ dimenticare il dolore alle dita congelate delle mani, le gambe che tremano per il freddo.

Benedetta discesa al Cauriol:perdiamo quota, c’è qualche grado in più, e spero meno vento.

C’è anche una sorpresa: l’acquedotto è rotto, la fontana è chiusa.

Fortuna che i nostri nuovi compagni lo sapevano e hanno pianificato meglio: il rifugista ha lasciato fuori acqua, tè, caffè, crostate e panini con la marmellata.

La salita verso la Litegosa mi riscalda. Il famoso Bivacco Teatin è da qualche parte.

Un po’ mi dispiace percorrere di notte un pezzo che non conoscevo e che, forse, non conoscerò mai davvero.

Vedo luci lontane: allucinazioni o paesi? Propendo per la seconda, non posso essere messa così male da allucinare di già. Wilderness vera non c’è più, nemmeno in Lagorai?

Manca poco all’alba, riconosco la piana di sassi e il Cimon delle Sute, sono stata qui qualche mese fa.

Che sollievo afferare il cavetto di metallo e scendere giù, verso Forcella Lagorai. E Forcella Lagorai significa sole, finalmente benedetti raggi mattutini che mi scaldano un po’.

Finalmente riesco a mangiare come si deve.

Le luci e le ombre

Verso il Manghen corricchio in discesa (sarà l’unico tratto che correrò), spinta dall’ansia del cronometro e dal sogno del ristoro: la “macchina Ari”.

Al Manghen Ari si ferma. Io invece per la prima volta non ho dubbi: la notte gelida e lo stomaco chiuso mi avevano fatto vacillare, ma ora non penso proprio di fermarmi.

Mancano solo 30 chilometri e meno di 2000 metri di dislivello. E poi è una bella giornata: vuoi mica non sfruttarla fino alla sera?

Cambio calzini, riempio la camel, mangio qualcosa. Ari mi dice di riposare, ma io non vedo l’ora di fuggire dalla baraonda del Manghen. Voglio tornare in quello stato di “wilderness”, dove sono stata da ormai 14 ore.

Riparto da sola. Subito sbaglio strada (sveglia Ludo, mancano ancora 30 km!). Metto la musica, controllo ogni bivio.

Soffro il caldo, mando vocali disparati ad Ari, leggo i suoi incoraggiamenti (e ordini: “Bevi!”), poi passo in modalità aereo.

Fino al Manghen è stata una Translagorai quasi facile, rispetto a tanti racconti epici che ho sentito e ho letto su questo sito. Ho messo un piede davanti all’altro: complice la compagnia, le chiacchiere, le distrazioni, la notte è volata.

Adesso serve tirare fuori la grinta.

Volevi la wilderness? Eccola qui, silenzio, nessuno in giro.

È proprio vero che il Lagorai è ancora uno dei pochi angoli selvaggi del Trentino.

Arrivo al Sette Selle e cambio già idea: dopo tante ore di solitudine, è straniante ritrovarsi in mezzo alla gente. Qui la compagnia abbonda, e anche i piatti che escono dalla cucina.

Per fortuna il mio stomaco non reclama cibo, ma la testa reclama caffeina (Quella dei gel farà anche effetto sul mio sistema nervoso, ma anche il palato vuole la sua dose).

Deciso: se il caffè con la moka è già pronto lo bevo, sennò passo oltre, non aspetto.

Entro e il rifugista sta versando il caffè nei bicchierini. Karma.

Un avventore mi guarda: “Devi aver fatto un bel tempo dal parcheggio!”.

Io “Non vengo dal parcheggio di Palù… dal Rolle”.

Lla parola Translagorai gira. Non so se mi da più carica il caffè o gli incoraggiamenti.

Riparto, e la carica inizia a scemare in pochi chilometri. Sarà che il percorso ormai lo conosco, e quello che percorrevo in pochi minuti ora diventa eterno.

All’Erdemolo ritrovo i ragazzi della Valsugana, mi incollo a loro per salire al Pizzo Alto.

Sfrutto il traino della compagnia, che bello non dover di nuovo pensare a dove andare, e seguire il ritmo di chi ti sta davanti. Poi al Passo del Lago fanno una sosta, io continuo. So che se mi fermo adesso è la fine.

In discesa il ginocchio destro si lamenta, ma in salita e sul piano riesco ancora a spingere. O almeno penso così, ma cambio idea al Passo della Portela: un trail runner mi passa di corsa.

Scambiamo due parole e scopro che è Andrea, uno dei ragazzi quelli partiti due ore prima di me, non si sa come sia finito dietro.

Ora corre per chiudere entro le 24 ore. Io non provo neppure a seguirlo, non ho le gambe.

La discesa dal Fravort è un supplizio per il mio ginocchio.

Ascolto musica, rido della mia playlist pessima.

Ascoltare Vasco Brondi e trovarne conforto in questa fatica infinita non è roba da persone normali.

Canto con lui, voglio solo vedere quel panettone coi ripetitori: la Panarotta.

Mando un ultimo vocale ad Ari.

Sbuco alla Bassa e mi riitrovo circondata da merenderos. Ho il cervello in tilt, le gambe pure, seguo un gruppo a caso verso il parcheggio.

Ultimi metri, ultimi respiri, e l’asfalto del parcheggio sotto i piedi. Io, che di solito cerco solo trail e monti, stavolta ringrazio di essere sull’asfalto..

Per essere un tentativo solitario, è stato collaborativo. Gente incontrata, sconosciuti diventati compagni.

Grazie a Gianmarco ed Emanuele per il caddy. Ai trail runner valsuganotti. Ai rifugisti del Sette Selle.

E soprattutto grazie ad Ari. Non ci sarei riuscita senza di te. Mi hai sfidata, mi hai spinto a fissare un giorno e provarci. Perché al massimo ti ritiri, no?

Ed è più facile ritirarsi qui, sulla Translagorai, che in mezzo a una parete di mille metri in Dolomiti su chiodi marci.

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